Recensione di "Il treno dei bambini" di Viola Ardone
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Buongiorno! Oggi vi presento un bellissimo romanzo che ci trasporta nell’Italia del dopoguerra, mostrandoci le difficoltà economiche di molte famiglie del Sud, la necessità di fare sacrifici e di rinunciare a qualcosa al fine di migliorare la propria situazione. Sto parlando di Il treno dei bambini di Viola Ardone.
Genere: Narrativa contemporanea
Anno di pubblicazione: 2019
Editore: Einaudi
Il protagonista è Amerigo Speranza, un bambino di sette anni che vive a Napoli, ha la passione per i numeri e per la musica, e la tendenza ad osservare le scarpe degli altri dando un punteggio. Ha una madre analfabeta e poco affettuosa, non ha mai conosciuto suo padre, non può andare a scuola ed è costretto a lavorare. Tuttavia, la sua vita è sul punto di prendere una svolta quando il Partito Comunista offre a lui e ad altri bambini la possibilità di trasferirsi per un periodo al Nord, ospitati presso famiglie benestanti. Così Amerigo, insieme ad altri fanciulli, si ritrova su un treno che lo conduce in Emilia-Romagna, dove viene accolto dalla famiglia Benvenuti, formata da padre, madre e tre figli.
Durante il soggiorno a Modena, Amerigo ha la sensazione di essere in un mondo nuovo, dal momento che si sente amato, scopre cibi che non conosceva, ha la possibilità di studiare e di assaporare una vita più agiata. Vorrà tornare nella sua città natale, oppure deciderà di staccarsi dalle sue radici? E se tornerà in Campania, come sarà la sua vita?
Era da molto tempo che volevo leggere questo romanzo, dal momento che sia il titolo che la trama mi avevano affascinato dandomi l’idea di una storia profonda e toccante. In effetti così è stato: mi sono immerso in una lettura che mi ha commosso, mi ha fatto piangere, sorridere e anche arrabbiarmi. In molte pagine si sente un’aura di altruismo, di questa voglia di supportare coloro che hanno più bisogno di aiuto.
Il libro è impregnato di un’atmosfera che mi ha ricordato un po’ Cuore di Edmondo De Amicis e il film C’è ancora domani di Paola Cortellesi, poiché anche lì sono messi in risalto i problemi delle famiglie povere, in contrasto con quelle più abbienti.
Sono entrato molto in empatia con il protagonista, ne ho avvertito la malinconia a causa delle condizioni in cui vive, la paura e il disagio nel momento in cui si separa dalla madre e arriva in un luogo sconosciuto, la sorpresa e l’entusiasmo quando si ambienta nella nuova famiglia, che gli offre tutto ciò che lui non ha mai avuto e a cui non è abituato.
L’autrice ha impiegato uno stile semplice e scorrevole, con una narrazione in prima persona, e il suo adattamento permette al lettore di capire facilmente che a raccontare la vicenda è un bambino.
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